Coop Diary

Storie di Cooperazione Sociale in prima linea

L’INFORMAZIONE AI TEMPI DEL COVID, L’AFFETTO DE L’ECO DI BERGAMO di Bruno Bonassi

Anche per l’informazione c’è un prima e un dopo Covid. Il “prima” è una storia di disorientamento, il “dopo” di certezze. Nel “prima” tutte le testate giornalistiche erano alla ricerca di un’identità per ritrovare un legame perduto con i propri lettori alla caccia di soluzioni per recuperare copie e guadagni, nel “dopo” quel legame è stato di colpo ritrovato e rinsaldato. Tutti a comprare e a consultare i giornali e a ritenerli nuovamente affidabili e importanti.

Cosa è successo? Come è possibile che mentre tutta l’umanità era completamente spaesata dall’irruzione del virus, il mondo dell’informazione avesse ritrovato la sua strada? E’ davvero strano: due sentimenti opposti, ma in realtà strettamente legati.

Nel “prima” l’uomo, il lettore, si sentiva sicuro di sé, aveva deciso che gli intermediari (che fossero giornali o politici o altri professionisti, pure i medici) non erano più credibili. L’uomo, il lettore, bastava a se stesso. Addirittura, tutto ciò che in passato aveva definito per competenza, pian piano lo aveva frantumato perché ritenuto portatore di interessi diversi dai propri. Non che questa percezione fosse del tutto sbagliata su alcune categorie (giornalisti compresi…), ma senz’altro era eccessiva e frutto di un io sovrastimato.

Il coronavirus ha frantumato queste certezze, ha fatto scoppiare la bolla nella quale ci eravamo chiusi sentendoci sicuri e al riparo da tutto. Ci ha riportato con i piedi per terra, ci ha rivelato cosa siamo: semplicemente degli uomini la cui vita si costruisce nel confronto con la realtà che ci circonda e non solo con noi stessi. Eravamo abituati a guardare il mondo attraverso il buco della serratura dei social pensando che tutte le proposte a buon mercato fossero convenienti. Ma il virus ci ha sbattuto violentemente la realtà in faccia. Ciò che è successo in questo drammatico mese di marzo ci ha risvegliati, ha rimesso in moto la ragione, ha rinfocolato una consapevolezza smarrita.

A tutto questo si è aggiunto il tempo, il tanto tempo a disposizione. Tutti noi, di colpo, ci siamo ritrovati nuovamente a gestire non le mezz’ore libere ma le giornate intere. Da quanto non succedeva? Eravamo abituati a dire: non vedo l’ora di staccare, sono stressato, non ho più tempo per me stesso. Nel “prima” covid ci siamo lasciati scippare il tempo, una ricchezza che l’uomo dovrebbe coltivare molto più del denaro. Nel “dopo” covid il tempo è tornato nelle nostre mani. Senz’altro un tempo difficile, amaro, spesso funereo, ma profondamente umano, totalmente nelle nostre mani e non in quelle degli altri. Più ci è stata tolta la libertà e più c’è stato restituito tempo. C’è da chiedersi quanto fossimo liberi prima…

In questo percorso di riconoscimento che al di fuori di se stessi c’è altro, si inserisce anche il ritrovato rapporto tra lettori e giornali. Chi ha dovuto chiudersi in casa per legge, ha scoperto che aveva bisogna di un altro per poter conoscere la realtà che stava fuori, per comprendere meglio cosa stava succedendo. Ecco, dopo il tempo, il secondo vocabolo riscoperto: altro. Anzi, l’altro. Cioè una persona. Da qui la riscoperta dell’importanza dei giornali dove ci sono persone che occupano gran parte della loro giornata a raccogliere notizie e a verificarle. Questa situazione di crisi ha così portato più persone a rivalutare il ruolo essenziale dell’informazione del giornalismo nella propria vita. Perché è vero che in Italia il giornalismo è tendenzialmente politicizzato e quindi un po’ ballerino rispetto alle maggioranze di governo, ma  altrettanto vero è che viene esercitato da professionisti preparati che vivono fino a 10/12 ore in redazione da lunedì alla domenica per cercare di raccontare nel modo più fedele possibile i fatti.

C’è poi un ulteriore aspetto da valutare nella scelta dell’informazione: la territorialità. Il giornale locale cerca un rapporto più diretto con il proprio lettore e insieme costruisce una comunità. E’ il caso de L’Eco di Bergamo, giornale nel quale lavoro in qualità di vicecaporedattore. Da sempre, per la linea equilibrata, di ispirazione cristiana e di profondo affetto verso la bergamaschità, il nostro quotidiano si è schierato dalla parte del cittadino. E in questo periodo il legame si è fortificato. Riceviamo centinaia di messaggi di incoraggiamento e di complimenti per il lavoro che stiamo svolgendo. Alcune nostre inchieste – tra le quali il conteggio reale dei defunti nella Bergamasca che le istituzioni continuavano a eludere con dati “ufficiali” che non tornavano nel confronto drammatico con la realtà – ha fatto il giro del mondo. Giornali come il New York Times, il Wall Street Journal, l’Economist, il Guardian, il Times di Londra, le tv di mezzo mondo come la Cnn, così come tutti i big dell’informazione, ci hanno intervistato o hanno ripreso le notizie scritte da L’Eco. Ci sono state settimane in cui ogni mattina trovavo nella mia mail la richiesta di poter intervenire in tv o a radio di tutto il mondo. Su WhatsApp mi ritrovavo richieste dei più famosi inviati di tutto il mondo, che fino a qualche settimana prima ignoravano la mia esistenza. Ho scritto persino un articolo per un giornale finlandese. Insomma, il piccolo L’Eco si è ritrovato al centro del mondo come non era mai successo nella sua storia. Persino il Papa ha chiamato per ringraziarci del lavoro che abbiamo fatto raccontando le tante storie dei bergamaschi scomparsi e ai quali solo noi potevamo rendere il giusto onore e l’estremo saluto da condividere con tutta la comunità.

Roba da far girare la testa, ma non a noi de L’Eco, da sempre con i piedi per terra e con l’attenzione quotidiana a non sentirci mai superiori ai nostri lettori. In queste settimane noi abbiamo lavorato tantissimo, alcuni di noi rischiando la salute, ma ci siamo detti: lo dobbiamo ai nostri lettori, sono la nostra famiglia. Non sono dei clienti, sono i nostri vicini di casa in difficoltà, quelli che se chiedono qualcosa ti fai in quattro per aiutarli. Questo è il sentimento con cui abbiamo lavorato e stiamo lavorando in questo periodo. Tanti di noi si sono ammalati e hanno capito cosa significa avere il respiro corto, alcuni di noi hanno perso famigliari e hanno sofferto per quell’ultimo saluto notturno all’arrivo dell’ambulanza o a quell’unica telefonata sospesa nella giornata dall’ospedale fino al trasporto del proprio caro su un camion dell’esercito. Sono sentimenti che abbiamo provato in prima persona, che abbiamo verificato come richiede il nostro mestiere, e che ci hanno portato ad amare ancora di più la nostra comunità. Nessuno a L’Eco si permetterà di vantarsi per uno scoop fatto in questo periodo, ma tutti, e dico proprio tutti, porteremo dentro la sofferenza della quale ci siamo fatti carico raccontandola e condividendola. Quante volte mi sono venute le lacrime agli occhi quando alla sera mi arrivava il report dei defunti: non erano numeri, erano persone, troppe persone scomparse. Un conteggio da film horror che le lacrime e una preghiera nel silenzio hanno reso umano. E’ così che abbiamo interpretato l’informazione in questo periodo di epidemia, come un gesto di carità umana perché nessuno si sentisse solo.

Un’ultima considerazione per esprimere il grande affetto che si è consolidato tra L’Eco e i bergamaschi e da qui l’informazione che ne è scaturita. Ci hanno chiamato i giornalisti di tutto il mondo ma c’è un messaggio che ho conservato e al quale sono molto affezionato che riassume perfettamente quello che conta: non gli scoop, ma la comunità che siamo riusciti a far sentire vicina nella distanza.

“Sicuramente siete al corrente che alcuni, fra cui me stesso, detto sinceramente parecchie volte, vi abbiamo denominato “il bugiardino”. È ovvio che vi connota una determinata conduzione politica. Ma mai come in questo periodo ho potuto notare la grande sincerità, la distanza giusta e necessaria dalla politica, l’imparzialità e la massima correttezza nell’informare tutti noi…Insomma io non mi sento trattato da imbecille, è scomparsa tutta la dietrologia…Grazie infinite per l’assoluta imparzialità e le doverose informazioni che ci fanno sentire voi, anche voi in prima linea, accanto a noi. Un caro saluto e un affettuoso abbraccio a tutta la redazione…orgoglioso di essere bergamasco…e cittadino italiano”.

Un capolavoro! Quando tutto questo finirà, continuate a chiamarci bugiardino, ma con l’affetto di questo lettore. Grazie

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