Coop Diary

Storie di Cooperazione Sociale in prima linea

riflettere sul lessico sociale

Per migliorare l’impatto dell’agire sociale abbiamo bisogno, anche, di rivedere il lessico che lo connota. Molto spesso infatti le parole che usiamo per descrivere il nostro mondo denotano alcuni nodi problematici che lo caratterizzano.  

Con l’auspicio di generare riflessione, abbiamo chiesto all’amico Johnny Dotti di aiutarci partendo dalle cinque vocali.

A come APPARTAMENTO PROTETTO: l’appartamento protetto è un tradimento istituzionale.  Tradisce l’intenzione, che probabilmente era positiva, di dare una casa a qualcuno prendendosene cura. La casa è un nido e un nodo, non è qualcosa di separato. L’appartamento ha la stessa radice di apartheid, cioè separazione, e quella protezione sa molto di specializzazione. Invece una casa non è un posto specializzato, è un posto che accoglie chi ci abita e che fa in modo che chi ci abita impari ad accogliere gli altri e stia con gli altri non può quindi essere separato e specializzato.

U come UTENTI: utenti è una parola che ha preso piede nel mondo del così detto welfare fotocopiando ciò che succedeva nel mondo dell’erogazione dell’acqua e dell’erogazione dei servizi telefonici. Disegna una posizione passiva, una figura  cristallizzata dell’utente che prende appunto quello che gli danno gli altri questo è il grande dramma dei servizi che poi pian piano hanno formato gli utenti in clienti, perché il passaggio dello statalismo al mercato è stato questo. Ora io spero che la parola utenti, cosi come la parola erogazione non appartengano più al vocabolario di chi ha a cuore il mondo sociale.     

E come ENTI GESTORI: enti gestori ricorda dei fornitori. C’è qualcuno che ha pensato, ha strutturato e ha finanziato un patrimonio e c’è qualcun altro che gestisce quel patrimonio. Questa è la tipica forma con cui oggi moltissimi enti locali, in particolare quelli socio sanitari, stabiliscono la modalità con cui poi le cooperative sociali appunto gestiscono i servizi. In questa forma si è come costretti dentro una dipendenza che non lascia spazio alla vita ed è difficile che degli enti gestori generano vita e buona vita.

I come INCLUSIONE: è una parola entrata nel nostro vocabolario dall’ultimo quarto del secolo passato, si oppone alla parola esclusione, aveva un fine nobile: aveva a che fare con l’idea della coesione sociale tema che hanno tutti i documenti che verranno prodotti in Europa. Il problema è che oggi la domanda diventa includere in che cosa? Includere in quale tipo di cerchio? Forse oggi si tratta di ripensare il cerchio si tratta più di avere un’idea di cammino che un’idea statica di spazio. Inclusione dà molto un’idea di spazio, entrare nello spazio di qualcun altro, stare a quelle regole, è come integrazione. Forse bisogna intraprendere un percorso nel tempo che fa in modo che le cose che facciamo insieme per andare verso uno spazio un tempo che non conosciamo.

O come ORGANIGRAMMI: Nei mondi nostri del Terzo Settore sono diventati in qualche modo una specie di culto perché era il modo di rendere espliciti i rapporti di potere e le responsabilità quasi sempre fotocopiando da quello che succedeva o nelle forme istituzionali religiose o nelle forme istituzionali del mercato capitalistico. Sarebbe interessante ricordare che organigramma come un’ organizzazione non si appoggia sul niente, si appoggia su un organismo.  Allora, se non si ha chiaro che l’organismo è un vivente e ogni comunità umana è un vivente, l’organigramma è come un vestito troppo leggero per quando fa freddo o troppo pesante per quando fa caldo.

 Il problema è avere in mente che organismo si è, che vocazione ha quell’organismo lì , che missione ha , a cosa è chiamato, allora anche gli organigrammi come i vestiti possono essere adeguati.                            

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